La prima volta che sono partita da sola, mi hanno guardata come se avessi annunciato qualcosa di rischioso, quasi imprudente. Erano gli anni in cui viaggiare senza un compagno, un’amica, un gruppo, veniva letto come una mancanza — di compagnia, di prudenza, a volte persino di buonsenso. Oggi, più di dieci anni e altrettanti paesi dopo, quella stessa scelta è diventata un settore economico da centinaia di miliardi di euro, un hashtag da miliardi di visualizzazioni, e — soprattutto — un terreno su cui si misura quanto sia realmente cambiato, o non cambiato, il modo in cui il mondo guarda alle donne che si muovono senza chiedere permesso a nessuno.

Ricordo ancora la sensazione precisa di quella prima valigia chiusa da sola: non paura, ma un’euforia sottile mescolata al dubbio — quello che provi quando stai per fare qualcosa che nessuno intorno a te ha davvero incoraggiato, ma nemmeno impedito del tutto. Negli anni quella sensazione non è mai sparita del tutto, si è solo trasformata: da atto quasi clandestino a gesto sempre più naturale, anche se mai completamente esente da sguardi, domande, piccoli giudizi non detti. Ho imparato a riconoscere la differenza tra chi mi chiedeva “non hai paura?” per curiosità genuina e chi lo chiedeva per dirmi, in modo elegante, che non avrei dovuto. E ho imparato, soprattutto, che quella domanda — la stessa, quasi parola per parola — me la sento rivolgere ancora oggi, in paesi diversi, da persone diverse, con un’intensità che cambia moltissimo a seconda di dove mi trovo. È stata proprio questa oscillazione, tra un mondo che sembra avermi normalizzata e uno che continua a guardarmi come un’eccezione, a farmi venire voglia di andare oltre il mio taccuino personale e chiedere ad altre donne se riconoscessero la stessa sensazione.

Per raccontare questo cambiamento non mi sono fidata solo della mia esperienza di solo traveler da ormai più di 13 anni, né solo dei numeri. Ho intervistato cinque viaggiatrici solitarie di cinque nazionalità diverse: Anna Carvalho, brasiliana, da tredici anni residente in Turchia; Suzai Sizzling, malese, ex ingegnera diventata nomade digitale; Fran Opazo, cilena che oggi vive a Tarragona, in Spagna, fondatrice del blog La Vida Nomade; Francesca Di Pietro, italiana, fondatrice del blog Viaggiare da Soli; Diana Bancale, italiana trasferitasi a Tenerife, fondatrice del blog In Viaggio da Sola.

Ho posto a tutte le stesse cinque domande, per capire non solo come ciascuna di loro vive il viaggio in solitaria, ma come le loro risposte, messe a confronto, disegnino la mappa di un cambiamento che avanza a velocità diverse a seconda di dove si nasce.

Il primo viaggio: uno stupore quasi identico, in periodi diversi

Le cinque partenze raccontate sono lontanissime nel tempo — dal 2004 di Francesca Di Pietro ai due decenni abbondanti di Diana Bancale, fino al 2023 post-pandemia di Suzai Sizzling — eppure la reazione di chi le circondava converge quasi ovunque verso lo stesso registro: stupore, preoccupazione, il bisogno implicito di giustificare una scelta che veniva letta come anomalia.

Diana Bancale ricorda che le si chiedeva “perché volessi partire da sola, se non avessi paura o se non avessi trovato nessuno disposto a venire con me“, tanto che le sembrava “quasi necessario spiegare che non si trattava di un ripiego, ma di una scelta”. Fran Opazo, che ha iniziato nel 2009, racconta reazioni più dure: “Molte persone mi dicevano che ero pazza, che era pericoloso, che una donna non dovrebbe viaggiare da sola.” Anche Anna Carvalho, poco più che ventenne alla sua prima partenza, descrive una famiglia preoccupata per la sicurezza, incapace di capire la scelta.

Suzai Sizzling porta la reazione più diretta e più contemporanea: nel suo caso lo scontro non riguardava tanto il viaggiare da sola in sé, quanto la decisione di lasciare un lavoro da ingegnere per farne uno stile di vita — “mia madre non era per niente contenta, ed è ancora dispiaciuta”. Solo Francesca Di Pietro descrive una reazione più mite: “Erano stupite, magari preoccupate, mi hanno riempito di raccomandazioni, ma nessuno mi ha mai spinto a non farlo” — un dettaglio che, messo a confronto con le altre quattro testimonianze, suggerisce quanto anche all’interno di uno stesso paese la soglia di allarme sociale possa variare da famiglia a famiglia.

Cosa è cambiato: da “non hai paura?” a “come faccio anch’io?”

È sulla seconda domanda che le cinque storie iniziano a divergere in modo più netto, rivelando velocità di cambiamento diverse.

Per Fran Opazo il cambiamento è netto e si misura nel linguaggio stesso di chi la circonda: “Allora la domanda era: ‘Non hai paura?’. Oggi è di solito: ‘Come posso farlo anch’io?‘.” Diana Bancale osserva lo stesso slittamento dal proprio osservatorio di blogger: oggi riceve “messaggi di donne di età diverse che stanno organizzando il loro primo viaggio da sole”, mentre un tempo doveva spiegare da zero perché una donna potesse desiderarlo. Anche Suzai Sizzling registra un’evoluzione, sebbene più lenta e più intima: la sua cerchia si sta “piano piano” abituando alla sua scelta di vita, non perché sia diventata comune in Malesia, ma “perché non conoscono nessun’altra persona che faccia lo stesso” — la normalizzazione qui è individuale, non ancora sociale.

Anna Carvalho è la voce che più esplicitamente mette in tensione due contesti diversi: normalizzazione “sempre più comune e socialmente accettata” in Brasile e in gran parte d’Europa, contro una Turchia dove viaggiare da sole “resta meno comune” e continua a generare curiosità, anche se non più giudizio aperto. Francesca Di Pietro, dal canto suo, introduce una sfumatura critica che nessun’altra intervistata solleva: secondo lei la maggiore accettazione sociale nasconde spesso un pregiudizio più sottile, per cui viaggiare da sole viene interpretato “come una scelta contingente perché non si hanno alternative“, raramente come una preferenza consapevole — e nota, con una punta di amarezza, che oggi si etichetta come “viaggio in solitaria” anche la partecipazione a viaggi di gruppo organizzati con sconosciuti, svuotando in parte il significato originario della scelta.

Gli episodi-simbolo: dalla community alle notifiche del telefono

Alla richiesta di un episodio che racconti bene questo cambiamento, le risposte si dividono in due categorie: chi lo individua in un incontro sul campo, e chi lo individua nel proprio telefono.

Anna Carvalho e Suzai Sizzling scelgono un incontro fisico: per Anna è stato imbattersi in altre viaggiatrici solitarie durante un’attività di gruppo, scambiarsi consigli e restare in contatto — “mi ha ricordato che il viaggio in solitaria non significa più essere isolate“; per Suzai è stato completare due mesi di backpacking in India, dopo i quali il suo entourage ha smesso di mettere in discussione la scelta e ha iniziato ad aspettare con curiosità la tappa successiva.

Fran Opazo e Diana Bancale, che oggi hanno entrambe un pubblico online costruito attorno al racconto dei propri viaggi, individuano invece il cambiamento nei messaggi che ricevono: Fran nota di essere passata dal ricevere “avvertimenti su ogni possibile pericolo” a ricevere “messaggi di donne che mi raccontano di aver finalmente trovato il coraggio” di partire; Diana osserva che le donne che oggi le scrivono danno “già per scontato” che il viaggio in solitaria sia possibile, e cercano solo informazioni pratiche — un salto, rispetto a quando doveva ancora giustificarne la legittimità.

Francesca Di Pietro, ancora una volta, offre il controcanto più asciutto: il suo episodio-simbolo è un’assenza — la sparizione delle domande sul “perché nessuno ti volesse accompagnare” che riceveva regolarmente nel 2004, e che oggi “difficilmente” si sente ancora rivolgere.

Le strategie di sopravvivenza: un manuale non scritto, quasi identico ovunque

Se sul piano culturale le cinque testimonianze divergono, sul piano pratico convergono con una precisione sorprendente.

Tutte e cinque, indipendentemente da nazionalità e destinazione, citano almeno tre delle stesse quattro strategie:

  1. Condividere la posizione o l’itinerario con una persona di fiducia (Anna, Diana),
  2. Avere sempre una connessione internet funzionante (Suzai, Francesca, Fran),
  3. Studiare in anticipo quartieri e zone da evitare (tutte e cinque, in forme diverse)
  4. E affidarsi all’istinto più che alla paura (Francesca: “se una zona ti dà una brutta sensazione, vai via”; Diana: “sicurezza e libertà non devono essere necessariamente in contrapposizione”).

Alcuni dettagli restano invece specifici del singolo contesto: Anna Carvalho adatta l’abbigliamento nei paesi a cultura più conservatrice; Suzai Sizzling predilige gli ostelli, dove trova sia sicurezza sia community; Fran Opazo non si separa mai da un power bank, perché “avere il telefono carico è essenziale”; Diana Bancale utilizza sistematicamente taxi o servizi di trasporto tracciabili via app.

È la prova che il “manuale non scritto” della sicurezza femminile in viaggio si costruisce sì per esperienza individuale, ma converge ovunque verso gli stessi principi di base.

Le differenze regionali: cinque prospettive, nessuna generalizzazione facile

È sull’ultima domanda — cosa renda la propria esperienza diversa da quella di una donna europea, o non europea — che le cinque voci offrono il contributo più originale all’inchiesta, e anche il più difficile da ricondurre a una sintesi unica.

Anna Carvalho traccia una linea netta tra Brasile ed Europa da un lato, dove il viaggio in solitaria “raramente” viene messo in discussione, e la Turchia dall’altro, dove resta “relativamente insolito nella cultura locale” — pur specificando che, alla fine, “la sicurezza personale, la preparazione e la consapevolezza culturale contano molto più della nazionalità”. Suzai Sizzling conferma la stessa distanza vista dalla Malesia, ma aggiunge una notazione che nessun’altra intervistata offre: nell’incontro diretto con viaggiatrici europee, la distanza culturale percepita da lontano si dissolve quasi del tutto — “non vedo nessuna vera differenza […] condividiamo la stessa visione della vita, dell’amore e della carriera”.

Fran Opazo sposta l’analisi su un piano diverso, quello dell’apprendimento precoce alla sicurezza: le donne latinoamericane, dice, “crescono più consapevoli dell’insicurezza” e sviluppano “quasi automaticamente” abitudini protettive, mentre in Europa — a seconda del paese — si cresce spesso sentendosi più sicure negli spazi pubblici; ma aggiunge un avvertimento contro le scorciatoie mentali, notando come la percezione del Cile come paese pericoloso sia in parte un effetto mediatico più che un dato reale.

Francesca Di Pietro individua invece la propria differenza non tra continenti, ma all’interno dell’Europa stessa: un “retaggio cattolico” che, a suo giudizio, continua a colorare il viaggio in solitaria femminile di un’ombra di giudizio morale nei paesi latini del Mediterraneo, assente più a nord. Diana Bancale, infine, è l’unica a mettere in guardia esplicitamente contro la generalizzazione come metodo: ricorda i propri “privilegi” di passaporto europeo e libertà di movimento nell’Unione Europea, ma rifiuta l’idea di un’unica “esperienza delle donne non europee” — “una donna australiana, indiana, statunitense, marocchina o giapponese può avere esperienze completamente diverse” — per poi individuare, come unico vero denominatore comune tra tutte le viaggiatrici, il valore della libertà di scelta.

Da anomalia a mercato: i numeri di una rivoluzione silenziosa

Le cinque testimonianze raccolte non sono un’eccezione: sono cinque punti di un fenomeno che i dati confermano su scala globale. Fino a pochi anni fa, chi viaggiava da sola veniva raccontata quasi sempre attraverso la lente del rischio. Oggi i dati raccontano un’altra storia. Il mercato globale del turismo in solitaria è passato da circa 550 miliardi di dollari nel 2025 a un valore stimato superiore ai 600 miliardi nel 2026, con proiezioni che superano il trilione di dollari entro il 2033 (fonte: Grand View Research, “Solo Travel Market Size, Share & Trends Report, 2026-2033”) — e le donne rappresentano oggi più della metà del fatturato di questo settore, con stime che vanno dal 54,6% a, secondo alcune analisi di mercato più ampie, fino all’80% dei viaggiatori solitari globali, a seconda della metodologia di rilevazione (fonti: Grand View Research; Astute Analytica, citata in Vogo Travel Trends, 2026).

Non è solo una questione di volumi. È cambiata la motivazione dichiarata: la libertà e la flessibilità restano la ragione principale per l’87% delle donne che scelgono di partire da sole, seguite dal bisogno di prendersi cura di sé (78%) e dal desiderio di mettersi alla prova (fonte: Grand View Research, 2026) — esattamente i termini in cui Diana Bancale descrive la propria scelta. È cambiato anche il linguaggio: le ricerche online legate al “viaggiare da sola al femminile” sono cresciute di circa cinque volte rispetto ai livelli pre-pandemia (fonte: Solo Female Travelers Club, “2026 Solo Female Travel Trends and Statistics” ), trainata da una generazione, la Gen Z, che mostra un interesse superiore al 58% per il viaggio in solitaria all’estero (fonte: Topologica, “Solo Travel Boom 2026”).

Ma c’è un dato che, da giornalista prima ancora che da viaggiatrice, mi interessa più di tutti — e che le cinque interviste confermano riga per riga: la sicurezza personale resta, ancora oggi, la prima preoccupazione dichiarata dal 68% di chi viaggia sola, appaiata al 68% che segnala il costo più alto di un viaggio non condiviso (fonte: Solo Female Travelers, “2026 Solo Female Travel Trends Survey”, citata in Food & Drink Life, maggio 2026 ). Il progresso, insomma, non ha cancellato il problema. Lo ha reso più visibile, e ha costretto il mercato — e le donne stesse, come mostrano le mie cinque intervistate — a inventare risposte proprie.

La risposta nata dal basso: le reti di donne che si proteggono a vicenda

È qui che entra in gioco quella che considero la vera notizia di questo cambiamento: non tanto l’aumento dei numeri, quanto la nascita di un intero ecosistema — community online, gruppi di viaggio esclusivamente femminili, app di sicurezza, cooperative di guide donne — costruito da donne per rispondere a un vuoto che le istituzioni turistiche tradizionali non avevano colmato. Non è un caso che tre delle cinque intervistate — Anna, Suzai e Diana — abbiano trovato proprio in queste reti, formali o informali, uno dei pilastri della propria sicurezza percepita.

Negli ultimi anni sono cresciuti in modo esponenziale i viaggi organizzati in gruppi di sole donne: secondo le rilevazioni più recenti, il 20% delle viaggiatrici solitarie ha già partecipato a un viaggio “women-only” nel 2025 e il 21% prevede di ripeterlo nel 2026, un dato in aumento costante da tre anni consecutivi (fonte: Solo Female Travelers, 2026 Trends Survey, cit.). Parallelamente sono nate reti professionali che promuovono guide turistiche, imprenditrici e operatrici donne in tutto il bacino turistico globale, con l’obiettivo dichiarato di rendere l’industria del turismo — che a livello mondiale vede le donne costituire circa il 54% della forza lavoro, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo (UN Tourism) (fonte: UN Tourism, dato citato in Travel Trends Today, “Women in Tourism: From Presence to Power”, 2026 ) — più sicura e più equa anche per chi la vive da cliente.

È una soluzione reale, che funziona: riduce concretamente la percezione di isolamento, crea economie locali gestite da donne, normalizza culturalmente la presenza femminile solitaria negli spazi pubblici. Ma è anche una soluzione con dei limiti evidenti che raramente vengono raccontati.

Primo: ha un costo, e resta quindi accessibile soprattutto a chi può permetterselo — un limite che affiora indirettamente anche nella riflessione di Diana Bancale sui “privilegi” legati al proprio passaporto e alla propria situazione economica.

Secondo: sposta il problema più che risolverlo alla radice — una donna protetta dentro un gruppo organizzato o un ostello per soli viaggiatori solitari non è una donna che può camminare liberamente da sola per strada in qualunque momento, che resta l’obiettivo di fondo.

Terzo: la sicurezza percepita non sempre corrisponde a un cambiamento strutturale nelle norme sociali locali, che restano il vero nodo da sciogliere — come conferma il paragone di Francesca Di Pietro con il “retaggio cattolico” ancora attivo nei paesi latini del Mediterraneo.

Un Mediterraneo — e un mondo — a più velocità

Tra le mie cinque intervistate, quattro vivono oggi in Stati membri dell’Unione per il Mediterraneo — Francesca in Italia, Anna Carvalho in Turchia, Diana e Fran in Spagna — e raccontano quattro gradi diversi di normalizzazione, come emerso nell’analisi per temi: piena in Italia e Spagna sul piano pratico, ma ancora condizionata da un retaggio culturale specifico secondo Francesca; più lenta e ancora accompagnata da curiosità sociale in Turchia, secondo Anna. Suzai, in Malesia — fuori dal bacino euro-mediterraneo — offre un termine di paragone prezioso proprio perché mostra che la stessa dinamica a due velocità non è un fenomeno esclusivamente mediterraneo, ma globale, che nel Mediterraneo assume forme proprie.

Le fonti pubbliche disponibili confermano, in parte, questo quadro non uniforme anche su un’altra sponda del Mediterraneo che le mie interviste dirette non coprono: nei paesi del Nordafrica come il Marocco e la Tunisia, il racconto delle viaggiatrici solitarie è spesso duplice. Da un lato emerge una realtà di base relativamente sicura sul piano della criminalità violenta contro le turiste, sostenuta da investimenti pubblici nel turismo e da una presenza diffusa delle forze dell’ordine nelle aree turistiche (fonti: Le Cosmopolite, “Viaggiare sicuri in Marocco al femminile”, 2025; NomadSister, “Il Marocco è pericoloso?”, 2025); dall’altro resta diffusa la testimonianza di molestie verbali quotidiane e di spazi sociali — caffè, sale da tè — ancora prevalentemente maschili, che le viaggiatrici imparano a negoziare con accorgimenti pratici come l’abbigliamento, la scelta degli orari, o persino l’uso di una fede nuziale finta (fonte: Memphis Tours Italia, “Marocco sicuro? La verità sulla sicurezza per turisti italiani”, 2026).

Questa asimmetria — tra le due sponde del Mediterraneo, ma anche, come mostrano le mie interviste, all’interno della stessa sponda — merita di essere raccontata senza scorciatoie: non come un confronto a somma zero tra un “Mediterraneo sicuro” e un “Mediterraneo pericoloso”, ma come un mosaico che dia voce a donne di più paesi, evidenziando strategie condivise e soluzioni locali specifiche, comprese quelle nate e guidate da donne del Sud del Mediterraneo, spesso meno visibili nel racconto turistico internazionale rispetto alle controparti europee.

Cosa resta da fare

Il progresso del turismo femminile in solitaria è reale e misurabile, ma non va raccontato come un traguardo già raggiunto — le mie cinque intervistate, ciascuna a modo suo, lo confermano. Resta un problema strutturale — l’accesso agli spazi pubblici in condizioni di parità, indipendentemente dal reddito o dal paese di partenza — che nessuna app di sicurezza o community online può risolvere da sola. Le istituzioni del turismo, a partire dagli enti pubblici dei paesi membri dell’UfM, hanno un ruolo che va oltre la promozione: significa investire in formazione delle forze dell’ordine locali, in dati disaggregati per genere sulla sicurezza turistica reale — non solo percepita — e in un sostegno economico concreto alle iniziative turistiche a guida femminile, specialmente quelle nate nelle comunità più piccole e meno servite dal turismo di massa.

E’ importante sottolineare che cinque interviste restano cinque casi di studio, non un campione statistico: raccontano bene alcune traiettorie individuali, ma non esauriscono la varietà di esperienze possibili, nemmeno all’interno dello stesso paese. I dati di mercato citati, inoltre, provengono in larga parte da società di analisi con sede in Nord America ed Europa, il che può introdurre un bias culturale nel modo stesso in cui vengono definite “sicurezza” o “libertà” percepita. Infine, la mia posizione di viaggiatrice italiana ed europea inevitabilmente orienta lo sguardo con cui ho raccolto e interpretato queste testimonianze — un limite che ho provato a mitigare lasciando quanto più possibile la parola diretta alle protagoniste, riportate per intero in appendice.

Perché continuo a partire da sola

Quando ripenso a quella prima partenza da Napoli, capisco che il vero cambiamento non è stato solo mio. È stato collettivo — lo dimostrano Anna, Suzai, Fran, Francesca e Diana, cinque donne che non si sono mai incontrate tra loro ma che raccontano, ognuna nella propria lingua e dal proprio angolo di mondo, la stessa identica traiettoria — ed è ancora, oggi, incompiuto e diseguale a seconda di dove si nasce. Continuo a viaggiare da sola non perché il rischio sia sparito, ma perché ho imparato — come loro — a costruirmi gli strumenti per affrontarlo. Raccontarlo, con i dati e con le voci di chi lo vive ogni giorno in paesi diversi, è il modo che ho scelto per trasformare un’esperienza personale in qualcosa che, forse, può contribuire a cambiare le cose per chi partirà dopo di me.

Appendice — Le interviste integrali

Anna Carvalho — brasiliana, da 13 anni in Turchia

Quando hai viaggiato da sola per la prima volta, e come hanno reagito le persone intorno a te? “Ho viaggiato da sola per la prima volta poco più che ventenne. All’epoca il viaggio in solitaria femminile era ancora visto come qualcosa di insolito, soprattutto dalla mia famiglia: erano preoccupati per la sicurezza e non capivano perché volessi viaggiare da sola invece che con amici o parenti. Le mie amiche erano più di supporto, ma c’era comunque molta curiosità. Oggi, dopo anni di viaggi e di vita all’estero, lo vedono come una parte naturale di chi sono.”

Cosa è cambiato, nel tuo Paese o nella tua cerchia, nel modo in cui viene percepita una donna che viaggia da sola? “Il cambiamento più grande è la normalizzazione. In Brasile e in gran parte d’Europa il viaggio in solitaria femminile è diventato sempre più comune e socialmente accettato. Vivendo in Turchia, però, noto una realtà diversa: anche qui sempre più donne turche viaggiano in modo indipendente, ma resta meno comune, e le persone sono spesso sorprese quando sentono che una donna viaggia da sola. Di solito ne nascono molte domande, mosse più dalla curiosità che dalla critica. La conversazione sta lentamente cambiando, ma la differenza culturale resta evidente.”

Un episodio che racconta bene questo cambiamento? “Durante un’attività di gruppo in uno dei miei viaggi da sola ho incontrato altre donne che viaggiavano anche loro in solitaria. Ci siamo scambiate consigli, abbiamo esplorato insieme per un giorno, siamo rimaste in contatto. Mi ha ricordato che il viaggio in solitaria non significa più essere isolate. Oggi esiste una vera comunità di donne che si sostengono e si incoraggiano a vicenda.”

Le precauzioni pratiche per sentirti sicura? “Condivido sempre l’itinerario e la posizione in tempo reale con una persona di fiducia, uso mappe offline, tengo i contatti di emergenza sempre accessibili ed entro in community di viaggiatrici per consigli locali. Studio i quartieri prima di prenotare un alloggio ed evito di arrivare tardi la sera in posti che non conosco. Nei paesi con culture più conservatrici adatto l’abbigliamento nel rispetto delle usanze locali. Credo che restare consapevoli di ciò che ci circonda sia più importante che avere paura.”

Cosa rende diversa la tua esperienza tra Brasile, Europa e Turchia? “In Brasile e nella maggior parte dei paesi europei è generalmente visto come qualcosa di normale: raramente le persone mettono in discussione la scelta di viaggiare da sole. In Turchia, invece, il viaggio in solitaria femminile è ancora meno comune: quando dico che viaggio da sola, spesso suscita curiosità e molte domande. Non è necessariamente disapprovazione, ma piuttosto il fatto che l’idea sia ancora relativamente insolita nella cultura locale. Ho imparato che capire le usanze locali e rispettare le aspettative culturali rende l’esperienza molto più semplice: alla fine, la sicurezza personale, la preparazione e la consapevolezza culturale contano molto più della nazionalità.”

Suzai Sizzling — malese

Quando hai viaggiato da sola per la prima volta, e come hanno reagito le persone intorno a te? “Avevo già qualche esperienza di viaggio, ma erano viaggi interni al mio paese e di breve durata. Ho iniziato davvero a viaggiare da sola nel 2023, subito dopo la fine del Covid. Ovviamente mia madre non era per niente contenta di questa scelta — ed è ancora dispiaciuta per il fatto che io abbia lasciato il mio lavoro da ingegnere per diventare una viaggiatrice e nomade digitale a tempo pieno.”

Cosa è cambiato nel modo in cui viene percepita una donna che viaggia da sola? “All’inizio, in famiglia e tra gli amici, questo stile di vita veniva considerato strano e poco sicuro, ma piano piano si stanno abituando alla mia nuova vita — anche perché non conoscono nessun’altra persona che faccia lo stesso. Le mie amiche, in particolare, sono molto di supporto: sono colpite dal fatto che una donna possa viaggiare e restare da sola in un paese straniero. Molti amici, anche uomini, mi hanno detto che loro non ce la farebbero mai — quindi sì, sono orgogliosa di me stessa!”

Un episodio che racconta bene questo cambiamento? “Due mesi di backpacking da sola in India: dopo quel viaggio tutti hanno iniziato a capire che mi trovavo a mio agio nel viaggiare in solitaria, e ora aspettano con curiosità la mia prossima avventura.”

Le precauzioni pratiche per sentirti sicura? “Una buona connessione (eSIM o SIM locale), app come mappe, traduttore e servizi di trasporto tramite app. Predilego sempre gli ostelli: mi sento al sicuro perché ci vive gente con una mentalità simile alla mia, e spesso capita di incontrare altre viaggiatrici sole — a volte finiamo per viaggiare insieme.”

Cosa rende la tua esperienza diversa da quella di una donna europea? “In tutta onestà, nel mio paese è ancora piuttosto raro che una donna malese venga accettata come viaggiatrice solitaria, rispetto a una donna europea. Qui la gente lo trova ancora ‘strano’: perché mai dovresti voler viaggiare da sola, non hai amici? Dal mio punto di vista, però, non vedo nessuna vera differenza: ho conosciuto molte viaggiatrici europee e ci siamo trovate benissimo, perché condividiamo la stessa visione della vita, dell’amore e della carriera. Anzi, siamo diventate buone amiche.”

Fran Opazo — cilena, trasferitasi in Spagna

Quando hai viaggiato da sola per la prima volta, e come hanno reagito le persone intorno a te? “Ho viaggiato da sola per la prima volta nel 2009. Ricordo che molte persone mi dicevano che ero pazza, che era pericoloso, che una donna non dovrebbe viaggiare da sola. I miei genitori erano preoccupati, e molti davano per scontato che prima o poi mi sarebbe successo qualcosa di brutto.”

Cosa è cambiato nel modo in cui viene percepita una donna che viaggia da sola? “È cambiato moltissimo. Oggi è molto più normalizzato, e sempre più donne fanno il grande passo perché vedono altre donne farlo sui social. Allora la domanda era: ‘Non hai paura?’. Oggi è di solito: ‘Come posso farlo anch’io?’. La preoccupazione per la sicurezza resta, ma il tono è cambiato da ‘Non farlo’ a ‘Fallo, ma informati e prendi le tue precauzioni’.”

Un episodio che racconta bene questo cambiamento? “Quando ho iniziato, la maggior parte dei commenti che ricevevo erano avvertimenti su ogni possibile pericolo. Oggi è l’opposto: ricevo continuamente messaggi di donne che mi raccontano di aver finalmente trovato il coraggio di fare il loro primo viaggio da sole seguendo i miei consigli, o perché vedere le mie esperienze ha dato loro fiducia.”

Le precauzioni pratiche per sentirti sicura? “Credo che il miglior strumento di sicurezza sia l’informazione. Studio sempre la destinazione prima di partire, controllo quali quartieri evitare, capisco come funzionano i trasporti pubblici e mi informo sulle truffe più comuni. Condivido la mia posizione con persone di fiducia, mi assicuro di avere internet sul telefono ed evito di camminare da sola di notte in zone isolate. Porto sempre con me un power bank, perché avere il telefono carico è essenziale. Non è questione di vivere nella paura, ma di ridurre i rischi con il buon senso.”

Cosa rende la tua esperienza diversa da quella di una donna europea? “Penso che molte donne latinoamericane crescano più consapevoli dell’insicurezza, perché ci conviviamo fin da piccole: per questo sviluppiamo quasi automaticamente certe abitudini di sicurezza. In Europa, a seconda del paese, molte donne sono cresciute in contesti in cui si sentono più sicure negli spazi pubblici. Detto questo, nessuna donna dovrebbe mai abbassare del tutto la guardia: la chiave è informarsi sul luogo specifico che si visita, invece di dare per scontato che un intero continente sia sicuro o pericoloso. In Cile, ad esempio, spesso percepiamo il nostro paese come molto più pericoloso di quanto sia in realtà, soprattutto per colpa dei media: all’interno dell’America Latina è comunque considerato uno dei paesi più sicuri.”

Francesca Di Pietro — italiana

Quando hai viaggiato da sola per la prima volta, e come hanno reagito le persone intorno a te? “Erano stupite, magari preoccupate, mi hanno riempito di raccomandazioni, ma nessuno mi ha mai spinto a non farlo.”

Cosa è cambiato nel modo in cui viene percepita una donna che viaggia da sola? “Ora è molto più comune, le persone non si stupiscono più come prima, anche se in molti casi viene interpretato come una scelta contingente perché non si hanno alternative: raramente si pensa che sia una scelta consapevole, preferita. Una cosa che mi dispiace: ormai si considera ‘viaggiare in solitaria’ anche partecipare a un viaggio di gruppo con sconosciuti.”

Un episodio che racconta bene questo cambiamento? “Quando ho iniziato, nel 2004, ti chiedevano se avessi amici nella vita e come mai nessuno ti volesse accompagnare. Oggi difficilmente si fanno commenti di questo tipo.”

Le precauzioni pratiche per sentirti sicura? “Credo che la cosa più importante sia avere sempre internet nel telefono, chiedere alle persone quali zone evitare, e magari in hotel qualche informazione in più sulla zona. Fondamentale è seguire il proprio istinto: se una zona ti dà una brutta sensazione, vai via o prendi un taxi.”

Cosa rende la tua esperienza diversa da quella di una donna del Nord Europa? “Un forte retaggio cattolico che colora ancora tutto di peccato e disonorabilità: l’interpretazione sociale del viaggio in solitaria per una donna è molto diversa tra i paesi latini del Mediterraneo e quelli del Nord Europa. Credo che la ragione principale sia questa.”

Diana Bancale — italiana, trasferitasi a Tenerife

Quando hai viaggiato da sola per la prima volta, e come hanno reagito le persone intorno a te? “Ho iniziato a viaggiare da sola più di vent’anni fa, quando ancora era decisamente poco comune, specialmente in Italia, vedere una donna partire senza amici o partner. Ricordo che le reazioni erano soprattutto di stupore: mi chiedevano perché volessi partire da sola, se non avessi paura o se non avessi trovato nessuno disposto a venire con me. Era quasi necessario spiegare che non si trattava di un ripiego, ma di una scelta. Ed è proprio da questa esperienza che è nato il mio blog In Viaggio da Sola.”

Cosa è cambiato nel modo in cui viene percepita una donna che viaggia da sola? “È cambiato moltissimo. Quando ho iniziato, una donna che diceva di voler partire da sola suscitava spesso preoccupazione, o veniva considerata particolarmente coraggiosa — o, nella peggiore delle ipotesi, un po’ ‘stramba’. Oggi è una scelta molto più normalizzata: attraverso il blog e i social ricevo continuamente messaggi di donne di età diverse che stanno organizzando il loro primo viaggio da sole. È cambiato anche il significato attribuito al viaggio in solitaria: prima si tendeva a pensare ‘viaggia da sola perché non ha nessuno con cui partire’, oggi viene percepito molto più facilmente come una scelta consapevole, legata alla libertà e all’indipendenza. Io stessa sono in coppia da anni e continuo a viaggiare da sola: le due cose non sono affatto in contraddizione.”

Un episodio che racconta bene questo cambiamento? “Più che un singolo episodio, per me il cambiamento è evidente nei messaggi che ricevo. Recentemente sono stata da sola in Australia, e anche per me è stato interessante constatare quanto sia diventato normale: ho incontrato altre donne sole, di età e nazionalità diverse, e nessuno mi ha chiesto con stupore perché stessi viaggiando senza compagnia.”

Le precauzioni pratiche per sentirti sicura? “Studio molto la destinazione prima di partire — quartieri, trasporti, zone sconsigliate — scelgo strutture con molte recensioni in zone centrali e ben collegate, uso moltissimo Google Maps anche per controllare preventivamente i percorsi, e quando possibile uso taxi o app di trasporto tracciabili. Tengo copie digitali dei documenti e condivido con le persone vicine le informazioni principali sui miei spostamenti. La cosa più importante è informarsi senza farsi condizionare dalla paura.”

Cosa rende la tua esperienza diversa da quella di una donna non europea? “Credo sia importante evitare generalizzazioni, perché l’esperienza cambia enormemente a seconda del paese di origine, del passaporto, della situazione economica, della cultura e anche della destinazione. Come donna italiana ed europea, mi rendo conto di avere alcuni privilegi: un passaporto che mi permette di entrare facilmente in molti Paesi, la libertà di movimento nell’Unione Europea, un contesto in cui, nonostante persistano stereotipi e disparità, l’indipendenza femminile è socialmente accettata. Per molte donne di altri paesi il viaggio in solitaria può comportare ostacoli ulteriori: difficoltà nell’ottenere un visto, minore autonomia economica, pressioni familiari più forti. Non parlerei mai, però, di una generica ‘esperienza delle donne non europee’: una donna australiana, indiana, statunitense, marocchina o giapponese può avere esperienze completamente diverse. Quello che accomuna molte viaggiatrici è il valore della libertà di scelta.”