Ci sono città che pensi di conoscere e poi, una volta lì, ti sorprendono come se le vedessi per la prima volta. Bologna è una di queste. La conosco da anni — ci sono passata in treno, ci ho mangiato delle ottime tagliatelle al ragù, ci ho vagato sotto i portici durante una pioggia improvvisa, ma di recente ci sono ritornata per un weekend organizzato dal Grand Hotel Majestic “già Baglioni” e dalla Fondazione Bologna Welcome ed ho scoperto una Bologna che non avevo mai incontrato. Più profonda, più inaspettata, più viva.

Due giorni. Un tema per ogni giornata. E un hotel che è, a tutti gli effetti, un museo a cinque stelle, l’unico cinque stelle lusso della città.

Dove dormire a Bologna: il Grand Hotel Majestic “già Baglioni”

Prima di raccontarvi cosa ho visto e vissuto in giro per la città, vorrei raccontarvi per bene del Grand Hotel Majestic già Baglioni, perchè già da solo è un vero e proprio museo che vale la pena visitare.

Dormire al Grand Hotel Majestic non è semplicemente trovare un letto per la notte: è un’esperienza in sé, che cambia il modo in cui percepisci la città.

L’hotel si trova in un palazzo del Settecento in Via dell’Indipendenza, di fronte alla Basilica di San Pietro, nel cuore del centro storico. Originariamente era un seminario arcivescovile — e ancora oggi, percorrendo i lunghi corridoi silenziosi, se ne sente l’eco. Aperto come hotel nel 1912, è oggi l’unico 5 Stelle Lusso di Bologna e membro di “The Leading Hotels of the World“. Nel 2022 ha celebrato i suoi 110 anni.

 

Appena entrata nella hall ho capito perché lo chiamano un “hotel museo”. Sui pavimenti del piano inferiore sono conservati i resti di una pavimentazione romana della Flaminia Militare, la strada che in epoca imperiale collegava Bologna ad Arezzo. Sulle pareti delle sale del Camerino d’Europa campeggiano affreschi dei fratelli Carracci. In ogni corridoio, una storia. In ogni dettaglio, un secolo.

La mia camera — elegante, silenziosa, con biancheria in puro lino e il lampadario in vetro di Murano che proiettava riflessi sul soffitto — era il posto perfetto dove tornare dopo una giornata intensa. La notte a Bologna, dal Majestic, si dorme davvero bene: le camere sono insonorizzate alla perfezione e il servizio di couverture serale (quel momento in cui la camera viene riordinata e preparata per il riposo) è un piccolo lusso che non davo per scontato. Pensa che qui c’è l’usanza di lasciare sul comodino “i libri della Buonanotte” dei piccoli volumetti con storie legate alla città che si leggono in una mezz’oretta prima di addormentarsi.

Ma l’aspetto che mi ha colpita di più è la storia di chi ha dormito qui prima di me. Tra i nomi nel libro d’oro del Majestic ci sono Lady Diana, Maria Callas, Luciano Pavarotti, Federico Fellini, Woody Allen, Martin Scorsese, Paul McCartney, Elton John, il Dalai Lama. Pensare che Lady Diana abbia ammirato la stessa toletta d’epoca che decora la Presidential Suite Giambologna — quella dedicata allo scultore della Fontana del Nettuno, visibile a pochi passi dall’hotel — mi ha dato una sensazione strana, come se il tempo qui si condensasse invece di scorrere.

La sera del primo giorno, dopo il tour in città, siamo stati ospiti a cena del Direttore Tiberio Biondi nel ristorante dell’hotel, aperto anche agli esterni, I Carracci — due forchette Gambero Rosso, segnalato dalla Guida Michelin — dove si mangia sotto volte affrescate dalla scuola dei Carracci. L’Executive Chef Agostino Schettino, classe 1992 e di origini partenopee (insomma, uno di casa per me!), ha costruito una cucina che è un dialogo continuo tra tradizione emiliana e creatività contemporanea. La colazione del mattino successivo, invece, l’ho gustata nelle eleganti Sale 800 & 900, con prodotti biologici a chilometro zero e i dolci tipici emiliani, affacciata sull’originale Giardino d’Inverno con le sue pitture a trompe-l’oeil di inizio Novecento.

Ma passiamo ora all’itinerario, perfetto per scoprire una Bologna insolita, fuori dai soliti giri turistici.

Giorno 1 – Bologna e i Compianti: quando la pietra piange

Il primo giorno aveva un tema preciso: i Compianti, quelle straordinarie sculture in terracotta o pietra che rappresentano il dolore intorno al corpo di Cristo deposto dalla croce. Non ne sapevo quasi nulla prima di questo viaggio. Ne sono uscita completamente trasformata.

La mattina è iniziata con la Chiesa di Santa Maria della Vita, dove si trova il Compianto di Niccolò dell’Arca — sette figure in terracotta, a grandezza naturale, animate da un’angoscia così reale da sembrare vive. Maria Maddalena, in particolare, con la bocca aperta nel grido, le braccia protese, è una delle cose più potenti che abbia mai visto in un luogo sacro. Mi sono fermata davanti a lei più a lungo di quanto avessi previsto.

Poco lontano, nell’Oratorio dei Battuti, c’è il Transito della Vergine di Alfonso Lombardi: un’altra scena di dolore collettivo, questa volta intorno al letto di morte della Madonna, con una delicatezza nei volti che quasi fa male.

La tappa successiva è stata il Museo Civico d’Arte Industriale Davia Bargellini, un piccolo gioiello poco conosciuto anche da molti bolognesi, dove la conservatrice Dott.ssa Antonella Mampieri ci ha accompagnate con una passione contagiosa. Arti decorative, oggetti di vita quotidiana, un teatro dei pupi del Settecento: un altro volto della città, lontano dai percorsi più battuti.

Nel pomeriggio abbiamo continuato la visita tra i Compianti: la Basilica di Santo Stefano, che è in realtà un complesso di 7 chiese medievali labirintiche e affascinanti, poi la Basilica di San Petronio (il Compianto di Vincenzo Onofri) e infine la Cattedrale di San Pietro, dove un altro Compianto di Alfonso Lombardi chiudeva il cerchio narrativo della giornata.

La Basilica di Santo Stefano: sette chiese e un Gerusalemme in miniatura

Ma fra tutte, quella che mi ha colpito maggiormente, è la Basilica di Santo Stefano, un posto che sembra non appartenere del tutto a questa città, né a questo secolo. Si trova in una delle piazze più belle d’Italia — Piazza Santo Stefano, con la sua forma triangolare e i suoi portici medievali — ed è un luogo che, una volta entrato, ti fa perdere il senso del tempo e dello spazio.

La Basilica di Santo Stefano non è una chiesa. È un complesso di sette chiese costruite le une dentro e accanto alle altre nell’arco di secoli, a partire dal V secolo d.C., quando il vescovo Petronio volle ricreare qui i luoghi santi della Palestina, portando Gerusalemme nel cuore di Bologna. Un’idea visionaria, quasi folle, che ha dato origine a uno dei complessi religiosi più straordinari d’Italia.

Si entra e si comincia a camminare senza capire bene dove finisce una chiesa e dove comincia l’altra. La Chiesa del Crocifisso, la più antica, custodisce il corpo di San Petronio, patrono della città. Subito dopo si apre la Basilica del Santo Sepolcro: un edificio romanico a pianta circolare, costruito nel VII secolo come replica esatta del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Al centro, l’edicola che contiene il sepolcro di San Petronio, identica — nelle proporzioni e nell’impianto — a quella che custodisce la tomba di Cristo in Terra Santa. I pellegrini che non potevano permettersi il viaggio in Palestina venivano qui, e in qualche modo arrivavano lo stesso.

Si prosegue nel Cortile di Pilato, un’atmosfera sospesa tra luce e pietra, dove si trova una grande vasca in marmo del VII secolo chiamata — con una certa fantasia medievale — “il catino di Pilato”, quella in cui il procuratore romano si sarebbe lavato le mani dopo la condanna di Cristo. Poi ancora la Chiesa dei Santi Vitale e Agricola, la più antica di tutte, con le sue colonne di reimpiego romano, i capitelli scolpiti, i muri che trasudano millenni; la Chiesa della Trinità; il suggestivo Chiostro medievale, porticato, con le colonnine romaniche che si rispecchiano nel silenzio.

Ogni spazio ha una luce diversa, un’acustica diversa, un peso emotivo diverso. Si cammina e si torna indietro, si rientra in una sala credendo di essere già passati, ci si perde — letteralmente — in questo labirinto sacro che è anche un viaggio nella storia dell’architettura religiosa occidentale.

Ho impiegato quasi un’ora, senza fretta, ad attraversarlo tutto. E quando sono uscita di nuovo in piazza, con il sole che scaldava le pietre e i tavolini dei bar già animati di vita bolognese, mi sono sentita come dopo un sogno: disorientata, arricchita, con quella sensazione rara di aver toccato qualcosa di antico e vero.

La sera, di ritorno in hotel, abbiamo partecipato alla presentazione di due libri: Goethe a Bologna di Beatrice Buscaroli e Bologna e i Compianti di Desideria Cavina. Un modo perfetto per rileggere tutto quello che avevamo visto durante il giorno con occhi nuovi.

Giorno 2 – Sulle tracce di Goethe: dalla Specola alla Pinacoteca

Il secondo giorno era dedicato a Goethe a Bologna — il viaggio che il grande scrittore tedesco compì in Italia nel 1786-1788 e che lo portò anche nel capoluogo emiliano, dove rimase affascinato dall’arte, dalla scienza e dalla vita universitaria. Un filo conduttore inaspettato e bellissimo per attraversare la città.

Il mattino siamo partite a piedi lungo via Altabella e via Zamboni, passando davanti alle torri medievali: la Torre Altabella, la Torre Prendiparte e poi le iconiche Due Torri, la degli Asinelli (98 metri) e la Garisenda (48 metri, citata persino da Dante nell’Inferno). Alzare la testa verso di loro, in un cielo di marzo ancora freddo ma già luminoso, è sempre un momento che toglie il fiato.

La tappa più sorprendente della mattina è stata però Palazzo Poggi e il Museo della Specola, recentemente rinnovati e riaperti al pubblico nell’ambito del progetto europeo PNRR CHANGES. Ho scoperto un luogo straordinario, che unisce storia della scienza, arte e una terrazza panoramica su Bologna che vale da sola il viaggio.

Il Museo della Specola e lo sguardo verso il cielo

Il Museo della Specola occupa la storica torre astronomica costruita tra il 1712 e il 1726, l’unico osservatorio universitario fino al 1936. Il percorso si sviluppa su quattro piani ed è centrato sulla figura di Guido Horn d’Arturo, l’astronomo triestino che qui costruì il primo telescopio con specchio a tasselli della storia — uno specchio da 1,80 metri composto da 61 piccoli tasselli, che avrebbe poi ispirato i grandi telescopi del futuro, dall’ELT al James Webb Space Telescope. È emozionante sapere che un’intuizione nata in questi locali ha contribuito a guardare alle origini del cosmo.

Salendo piano dopo piano, tra globi, sfere armillari, astrolabi e strumenti nautici, si arriva infine alla terrazza panoramica: Bologna dall’alto, con i suoi tetti color mattone, le torri, i campanili e i portici che si allungano verso l’orizzonte. Mi sono sentita per un momento come Goethe — curiosa, in meraviglia, felice di essere lì.

Museo Palazzo Poggi

Sempre a Palazzo Poggi, ho visitato il rinnovato Museo di Palazzo Poggi con le sue cere anatomiche di Anna Morandi e Giovanni Manzolini (minuziose, dettagliatissime, perturbanti nella loro bellezza) e la Sala Alma Mater, uno spazio multimediale gratuito e aperto a tutti che racconta la storia millenaria dell’università più antica del mondo. Vedere l’Aula Carducci, dove ha insegnato il poeta premio Nobel per la Letteratura, mi ha ricordato quanta storia si respira in ogni angolo di questa città.

Il pranzo alla Trattoria Belle Arti è stato un momento di allegria e semplicità — tortellini in brodo fatti a mano, un bicchiere di Pignoletto, la luce che entrava dalle finestre — prima dell’ultima tappa: la Pinacoteca Nazionale di Bologna, dove abbiamo visitato una selezione di opere menzionate da Goethe nel suo Viaggio in Italia. Raffaello, i Carracci, Guido Reni: nomi che conoscevo sui libri e che qui, davanti alle tele originali, hanno assunto un peso e una presenza completamente diversi.

Cosa mangiare a Bologna in un weekend

Bologna non a caso si chiama “la Grassa”. In questo weekend ho mangiato benissimo, spesso in trattorie storiche e informali che sono il cuore pulsante della cucina felsinea.

Il pranzo del primo giorno da Giampi & Ciccio in Via Farini è stato un classico bolognese: cotoletta alla bolognese, zuppa inglese e torta di riso.

Il secondo giorno, alla Trattoria Belle Arti, ho ordinato salumi e formaggi tipici e tagliatelle alla bolognese: che bontà. Se passate dal Quadrilatero, il vivace mercato storico vicino a Piazza Maggiore, non perdete l’occasione di fermarvi in una delle botteghe storiche per assaggiare salumi, formaggi, o guardare le sfogline al lavoro che tirano la pasta rigorosamente a mano.

Consigli pratici per un weekend a Bologna

Quando andare: Bologna è bellissima in ogni stagione, ma la primavera e l’autunno sono le stagioni ideali per visitarla.

Come muoversi: il centro storico è compatto e perfettamente percorribile a piedi. Molti dei luoghi descritti in questo articolo sono raggiungibili in 15-20 minuti a piedi l’uno dall’altro.

Dove dormire: se vuoi concederti un’esperienza indimenticabile, il Grand Hotel Majestic “già Baglioni” (Via Indipendenza 8) è l’unico 5 stelle lusso della città.

Museo della Specola e Palazzo Poggi: il nuovo percorso espositivo è aperto al pubblico dall’inizio del 2026. Verificate gli orari aggiornati sul sito del Sistema Museale dell’Università di Bologna (sma.unibo.it) prima di visitare.

Non perdere: la Chiesa di Santa Maria della Vita con il Compianto di Niccolò dell’Arca è una delle cose più potenti che si possano vedere in Italia. Se avete solo un’ora a Bologna, andate lì.

Cosa comprare: mortadella, parmigiano reggiano stagionato, tortellini freschi confezionati per il viaggio. Il Quadrilatero è il posto giusto per fare scorta di bontà emiliane.

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito di un press trip organizzato dal Grand Hotel Majestic “già Baglioni” e dalla Fondazione Bologna Welcome. Come sempre, le opinioni espresse sono personali e sincere.